Alla ricerca dell'umano autentico. Cartoline dalla Capitale del Dolore.

Alla ricerca dell’umano autentico. Cartoline dalla Capitale del Dolore.

Dal 22 al 24 di marzo al Piccolo di Pietralata, la messa in scena prodotta da Natacha Von Braun ed ispirata ad Alphaville di Jean Luc Godard, sarà una continua fuga dalla narrazione teatrale propriamente detta per addentrarsi nei temi della tortura, della prigione, della disumanizzazione, della perdita di controllo, attraverso i corpi e le voci di Elisa Turco Liveri e Simone De Pascasio.

L’agente Ed Marfan, proveniente dai Paesi Esterni, è in missione a Badenurbe per indagare sulla scomparsa di alcuni suoi amici. Ad accoglierlo una donna, o meglio un individuo modificato, Susi Susha, che lo scorterà all’interno del meccanismo urbano.

La linearità narrativa lascia spazio alla sperimentazione e alla proposizione di materiali e situazioni teatrali non convenzionali caratteristici del lavoro della compagnia Natacha Von Braun.

Attraverso una metafora/finzione fantascientifica la rappresentazione teatrale indagherà il contrasto tra razionalità e irrazionalità, tra ordine logico e immaginazione.

Susi Susha, essere umano indottrinato alla razionalità, dopo l’incontro con Ed Marfan sentirà riaffiorare alla memoria parole in via d’estinzione: “piangere”, “tenerezza”, “pettirosso”.

Queste sono solo alcune delle parole che stanno scomparendo dai vocabolari della Capitale del Dolore (e forse anche dal nostro?). Omologazione, appiattimento culturale, ordine senza emozione, gli imperativi a cui attenersi per essere considerati integrati, sul palco come nella vita reale.

Segue l’intervista ad Antonio Sinisi, autore dello spettacolo.

Dove potremmo situare la Capitale del Dolore?
“La Capitale del Dolore” è un non luogo. Lo spazio scenico del teatro. Ognuno di noi ogni volta potrà ricollocarlo dove meglio crede. L’unica certezza sta nel fatto che la Capitale del Dolore esiste, sia dentro che fuori di noi. È uno schema di prigione. Sulla scena si lotta per uscirne fuori.

Nella concezione dell’espressione teatrale o artistica in generale come distillato della vita, chi o cosa sono i protagonisti Ed Marfan e Susi Susha nel reale contemporaneo?
Ed e Susi sono le figure in scena. Io credo che siano sempre Simone ed Elisa. Non credo che esistano personaggi da interpretare e specialmente in quest’opera Ed e Susi non sono veri e propri personaggi: non hanno una linearità narrativa e non hanno una psicologia definita. Amo chiamare le attrici e gli attori in scena “figure”. Come in un quadro di Bacon le figure occupano la campitura, Ed e Susi occupano e disoccupano lo spazio scenico.

Dalle note di lavoro si legge «il testo più che raccontato e narrato sarà “lanciato” sulla scena», cosa intendi?
Narrare, illustrare e rappresentare un testo non è un modo per far ragionare chi guarda o ascolta una messa in scena teatrale. Le figure in scena devono liberare qualcosa che non necessita di verosimiglianza alla realtà. “La realtà è troppo complessa per la trasmissione orale” ci dice il testo de “La Capitale del Dolore”. Lanciare significa allontanarsi dal verosimile abbracciando una consapevole finzione; in questo allontanamento dalla verosimiglianza, a mio avviso, ci si avvicina molto di più al reale, toccando delle corde scoperte.

In quale più generale percorso dell’ensemble natacha von braun si inscrive questa messa in scena?
Natacha Von Braun lavora da tempo sulla disumanizzazione. A precedere “La Capitale del Dolore” c’è stato “Kullus” e stiamo già lavorando a un terzo lavoro per completare una trilogia sulla disumanizzazione.

Fuoriusciamo letteralmente da una campagna elettorale fatta di strilli, poche parole strategiche urlate e svuotate di senso. Secondo te è ancora in grado l’espressione artistica di fornire antidoti all’appiattimento, all’omologazione, a invertire questa triste tendenza verso la mediocrità e il populismo?
Il teatro, come antidoto all’appiattimento e all’omologazione, può giocare le sue carte sfruttando la forma. Noi lo facciamo senza raccontare storie, ad esempio. Il pubblico ha bisogno di ascoltare storie probabilmente perché nei nostri incontri e nelle nostre relazioni non ne raccontiamo più. Allora qualcuno ha pensato bene di raccontarle in TV  al cinema e a teatro, così tutti tornano insieme a casa felici e contenti. Al contrario, quando si mette in atto un’opera, l’importante non è creare consensi, ma dividere persone, solo in questo modo si creano scambio e riflessione.

Giusi Palomba
Fotografie: Riccardo Floris

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