A tu per tu con Andrea Damiati, architetto e fotografo.

A tu per tu con Andrea Damiati, architetto e fotografo.

Istinto puro, passione, grinta. È questo che ci ha colpito di Andrea Damiati, architetto e fotografo,  di cui presentiamo alcuni scatti accompagnati da un’intervista molto particolare.

Alle nostre domande infatti, Andrea ha risposto andando oltre i limiti imposti dalla domanda stessa, regalandoci una visione d’insieme molto particolare del suo modo di vivere l’architettura, la fotografia, l’arte in generale.

E noi non abbiamo voluto ricondurre l’intero articolo ad una serie di domande e risposte, vogliamo invece riproporvi l’affascinante “stream of consciousness” che ha letteralmente catturato Andrea nel partecipare alla nostra intervista, stregando anche noi.

Il tutto ebbe inizio con un “Chi è Andrea Damiati”?

Sono nato con la mano su di un foglio ed una matita fra le mani, amavo molto il disegno a mano libera.
Ed era impressionante – per chiunque –  vedere come da bambino disegnassi con naturalezza volti umani, senza sforzo, quasi venissero da sè.
Ero solito fare ritratti a tutti i professori di scuola, che rappresentavano motivo di grande divertimento per tutti i compagni di classe, i quali anche loro erano spesso immortalati, soprattutto durante le interrogazioni. Poi molti disegni erano sulla mia famiglia: i miei nonni soprattutto li ritraevo spesso, forse per il loro volto corrugato, particolarmente interessante da riscolpire su di un foglio [...]

Dai volti al disegno di case, strutture, città immaginarie, cartoni animati, modelli in cartone – troppe le estati trascorse a dipingere su tela le mie emozioni, sostenuto da un padre a sua volta estroso ed appassionato di disegno e pittura.

Ad un tratto l’interesse sempre crescente per l’architettura, bruscamente interrotta da una scelta non mia. Sinceramente non sapevo ancora cosa volessi fare, diventare, essere. Sicuramente avrei fatto l’artista – di strada se necessario – e sarei finalmente uscito dal “barrio” un paese della provincia di napoli, con discreto numero di abitanti, ma con netta arretratezza mentale, chiusura totale verso una qualsiasi dote o vocazione che sia.

Napoli, vita, arte, storia, amore, studio, sacrificio, scoperta, confronto, crescita.  ARCHITETTURA.

Dopo la laurea triennale intraprendo la laurea specialistica in architettura e restauro, coltivando una crescente passione per i centri storici, la necessità della loro conservazione atta a mantenere intatti valori, trasmettere la memoria storica ai posteri, diffondere la cultura che è stata base di ciò che segue. Dopotutto siamo figli dei nostri padri, le nostre case sono frutto di materiali e tecniche costruttive apprese dal tempo.

Il restauro architettonico, è il grande nuovo interesse in cui oggi proseguo il mio percorso, puntando a proseguire la ricerca in tal senso, partecipando spesso a concorsi pubblici per la progettazione del restauro, approfondendo anche privatamente il discorso, analizzando anche il contesto in cui vivo, scrivendo e documentando il tutto con il mezzo fotografico.

L’obiettivo fotografico è da sempre il mio occhio critico, il mio soffermarmi ad osservare.

Passo con disinvoltura dalla passione dei centri storici a quella per la foto in generale, si compensano, si mescolano, sono un tutt’uno. Osservo e fotografo i  centri storici d’Italia, d’Europa, in giro per tutto ciò che esiste ancora di storico, ed immaginando come sarebbe il tutto se fosse maggiormente tutelato e, ancor più importante, valorizzato, rispettato.

La notte la trascorro spesso a rivedere gli scatti prodotti, a ritoccarli, a preparare delle stampe, a selezionare. Una delle tante notti realizzo, preso da una forte malinconia per la città che ho lasciato dopo gli studi, Napoli –  eterno amore, eterna distruzione dell’animo, eterno strazio per il degrado fisico sociale, economico, culturale, un qualcosa per non dimenticare, per trasmettere.

“Ella passa splendida”, il titolo del lavoro compiuto cercando fra gli innumerevoli scatti sulla città di Napoli, selezionando a malincuore, riducendo, sintetizzando maledettamente, placando la mia dannata voglia di buttare tutto fuori. Un tour introspettivo-esterno, un contemporaneo dentro-fuori, un continuo palleggio di un frutto su di un solo piede, mentre l’altro in equilibrio fa forza su di un polpaccio elastico.

I miei scatti negli ultimi anni hanno prediletto l’architettura, nelle sue molteplici sfaccettature, intendendo non solo diversi stili architettonici, ma anche l’architettura dell’umano, le espressioni di un viso, l’articolazione delle forme della natura, o qualsiasi elemento di artisticità, gli intrecci, le sovrapposizioni. L’arte.

Non so che altro aggiungere su di me.
Forse dovrei parlarvi della tecnica con scatto le foto, quale macchina utilizzo,  anche se un giorno il mio fotografo di paese mi disse che non era importante il mezzo con cui tu scattavi una foto, almeno non del tutto: l’importante era usare il cuore, o la mente, o ciò che la tua fantasia o l’istinto artistico ti dice di fissare e riportare in un riquadro immaginario, anche fatto dalle tue dita. Osservai nel suo laboratorio una foto stampata, era grandiosa, e lui mi confessò di averla scattata con un telefono cellulare! Certo era un buon telefono, nel senso con una buona risoluzione grafica, ma non era certo una reflex o semi o camera digitale che fosse.

Sorprende sempre saper che il mezzo ti aiuta, ti supporta, ma l’idea è quella che deve uscire da te, dalla tua mente, dal tuo cuore, dal tuo animo, sensibile o meno che sia.

L’idea, sei tu.
La concretizzazione di essa, il braccio, è la camera digitale.

La foto è un tuo prodotto, una tua opera, non è solo merito di ciò che fotografi, del soggetto che è già in sé bello, talvolta è bella solo la foto, talvolta è bello il soggetto, ma è come lo becchi che fa la tua opera, che fa l’opera tua.

La foto non è quello che vedi,

è una creazione, una distorsione, un capovolgimento emotivo,
l’occhio che vede, il cuore che duole, al rivedere l’immago.

La foto non è quello che vedi, realmente.
Devi andare oltre.

Andrea Damiati